A Mamoiada, nel cuore della Barbagia, Stefano Dessolis, di Cantina Dessolis, coltiva Cannonau ad alberello, su terreni di disfacimento granitico, intorno ai 650 metri di altitudine. Il Dòvaru nasce da fermentazioni spontanee e matura per dodici mesi in botti di castagno, secondo una consuetudine ancora presente nella tradizione enologica locale.
Perché mi è piaciuto: autenticamente Cannonau, dalla splendida colorazione e luminosità, con reminiscenze di mirtillo e rododendro selvatico, accompagnate da misurati sentori di chiodo di garofano, erbe aromatiche e sottobosco.
Al palato ciò che lo fa apprezzare è soprattutto la fruttuosità avvincente, al limite del «reale», e l’immediatezza dell’impatto, sulla scorta di un equilibrio non disprezzabile: 14 gradi alcolici – non molti per gli standard di Mamoiada – e un tannino organico, ben fuso nella materia.
Chiude con una lunga scia di frutto.
Dòvaru 2023 – Cantina Dessolis
Mamoiada (Sardinia, Italy)
In Mamoiada, in the heart of Barbagia, Stefano Dessolis of Cantina Dessolis grows bush-trained Cannonau vines on weathered granite soils at around 650 metres above sea level. Dòvaru undergoes spontaneous fermentation and spends twelve months ageing in chestnut casks, in keeping with a local winemaking tradition.
Why I liked it: unmistakably Cannonau, with beautiful colour and luminosity, hints of blueberry and wild rhododendron, and measured notes of clove, aromatic herbs and woodland undergrowth.
On the palate, what wins me over is its captivating fruit character, so vivid it almost feels like the fruit itself, and the immediacy of its impact. All this rests on a more than respectable balance: 14% alcohol – not much by Mamoiada standards – and tannins that feel organic to the wine, fully woven into its texture.
Il 5 ottobre ho partecipato per la prima volta a Modigliana, Stella dell’Appennino, nella seconda giornata della decima edizione della rassegna organizzata dall’associazione omonima. Siamo nella Romagna appenninica, in un territorio che fino al 1923 appartenne alla Romagna toscana e che nelle sue valli custodisce una delle vocazioni più nitide per la coltivazione del Sangiovese dove anche del Trebbiano si possono trovare interpretazioni molto convincenti e dove pure il Sauvignon Blanc ha trovato terreni e condizioni climatiche che lo hanno fatto acclimatare felicemente.
Fra esperienze anche molto diverse, quella di Modigliana mi è parsa una delle più coerenti nel porre al centro l’unicità del luogo e il rapporto fra questo e il carattere dei vini. Non si limita a riunire alcuni produttori sotto un nome geografico: riconduce il proprio lavoro a un sistema preciso di valli, suoli, altitudini, pendenze e boschi, invitando poi a cercarne le tracce nell’assaggio.
Al Mercato Coperto si respiravano entusiasmo, passione e una giusta percentuale di autoconsapevolezza: quella di chi sa di essere parte di un processo collettivo che ha migliorato i vini e accresciuto il riconoscimento del territorio, senza averne ancora esaurito le possibilità.
Per la prima volta nella mia vita posso affermare di essermi fermato a tutti i banchi d’assaggio e di avere provato tutti i vini presentati. Gli esiti sono stati, come è naturale, diversi. Il quadro complessivo ha però mostrato una grande attenzione alla qualità e la volontà dei vignaioli modiglianesi di ricavare dai propri vigneti l’espressione più compiuta possibile, misurando attraverso interpretazioni differenti l’intero potenziale del Sangiovese locale.
Chi fosse interessato ad approfondire farebbe però bene a non fermarsi ai rossi: le belle espressioni di Sauvignon Blanc e Trebbiano costituiscono una parte tutt’altro che marginale di quanto il territorio oggi riesce a offrire.
Il tutto avviene in una dimensione raccolta, quasi familiare: una comunità determinata a farsi testimone di sé e a rivendicare, con buone ragioni, la propria singolarità.
Anche il pranzo preparato per i presenti è stato una piacevole sorpresa. A curarlo, lo staff di Casa Gasperoni, guidato da Giuseppe Gasperoni: lo chef che nel 2020 riportò la stella Michelin all’Osteria del Povero Diavolo di Torriana, conservandola per quattro anni consecutivi, prima di aprire il proprio ristorante a Montebello di Poggio Torriana, in Valmarecchia.
Tra i vini assaggiati, molti hanno dato consistenza all’idea di una vocazione autentica e hanno trovato riscontro nei caratteri comunemente attribuiti ai vini di Modigliana. Non come primo di una graduatoria, che qui avrebbe poco senso, ma come sintesi particolarmente nitida, vorrei indicare il:
Romagna Sangiovese Modigliana Violàno 2024 — Il Teatro
È un vino che sembra riunire nel bicchiere i tratti distintivi che ci si potrebbe attendere da un Sangiovese appenninico di Modigliana. Fragranze che riportano al ribes rosso, alla lavanda, alle erbe aromatiche e agli agrumi. Freschezza e tensione, intensità di gusto e profondità che si manifestano in un quadro generale di levità e nitore.
Modigliana, Stella dell’Appennino
A Chronicle of a Day in the Apennines
5 October 2026
I attended Modigliana, Stella dell’Appennino for the first time on the occasion of its tenth edition. The event takes place in the Romagna Apennines, in an area that formed part of Tuscan Romagna until 1923. Its valleys reveal a particularly clear affinity for Sangiovese, but also for Trebbiano and Sauvignon Blanc, which has adapted remarkably well to the local soils and climate.
Among the many worthwhile projects that promote a place through its winegrowing identity—and I am thinking, albeit with different histories and approaches, of Rufina, Montespertoli, Nizza Monferrato, Mezzane in Valpolicella, Mamoiada and Oslavia, to name only a few—Modigliana strikes me as the one most clearly centred on the uniqueness of its terroir and on the unmistakable imprint it leaves on the wines.
This is more than a shared promotional identity. It is an attempt to give precise form to a system of valleys, soils, altitudes, exposures and woodlands, and to make that system legible in the glass.
Throughout the event, there was a palpable sense of enthusiasm and passion, along with just the right degree of self-awareness: that of people who know they are playing a part in a virtuous process of growth, improvement and increasing recognition for their territory.
For the first time in my life, I can say that I stopped at every producer’s table and tasted every wine. The results naturally varied, but the overall picture revealed a serious commitment to quality and a shared determination among Modigliana’s winegrowers to express themselves at the highest level, demonstrate the full potential of their territory and, of course, showcase the character of its Sangiovese.
My tasting also suggests that anyone wishing to explore Modigliana in greater depth should not overlook its fine expressions of Sauvignon Blanc and Trebbiano. Everything unfolded on an intimate, almost familial scale: a community determined to speak for itself and to pursue its entirely justified ambition to be distinctive.
The lunch offered by the organisers was another welcome surprise. It was prepared by the team from Casa Gasperoni in Terra del Sole, led by Giuseppe Gasperoni, the chef whose work at Povero Diavolo in Torriana earned the restaurant a Michelin star in 2020—an accolade it retained for four consecutive years. His cooking accompanied the tastings with restraint and coherence, without drawing attention away from the wines.
Many of the wines tasted provided convincing evidence of an authentic vocation, confirming that the characteristics generally associated with Modigliana wines are firmly grounded in reality.
Without intending to draw up a ranking, and without wishing to overlook any producer, I would nevertheless single out:
Romagna Sangiovese Modigliana Violàno 2024 — Il Teatro
A wine that seems to preserve in the glass every hallmark one might expect from an Apennine Sangiovese grown in Modigliana: freshness, tension, breadth of flavour and depth, all with a restrained level of alcohol.
Una degustazione dedicata alla vastità del mondo del vino siciliano
Per raccontare la Sicilia del vino in una singola serata di degustazione sarebbe necessario proporre quaranta bottiglie come minimo e organizzare una maratona a eliminazione che contravverrebbe a tutte le convenzioni sul bere responsabile e prevederebbe perlomeno un servizio taxi per riaccompagnare a casa i presenti.
La Sicilia, del resto, ha una vocazione antica e strutturata, un patrimonio vasto di vitigni autoctoni affiancato da una produzione altrettanto ampia legata alla coltivazione dei vitigni internazionali. Una varietà non comune di territori e microclimi, altimetrie variabili e diversità di stili. La Sicilia è praticamente un continente a sé stante.
Per questa occasione abbiamo tolto l’Etna, perché le occasioni di bere i suoi vini si moltiplicano sulla scorta della fascinazione esercitata da una narrazione sovrabbondante, non esente da zone oscure.
Abbiamo invece portato in tavola tre interpreti di consolidata fama, più un garagista che tenta declinazioni più ambiziose e internazionali del Frappato e di un bianco a base Grillo e Viognier.
Qualità espressa complessivamente buona, vini saldi, ben declinati. Qualcuno potrebbe essere rimasto sorpreso dalla gradazione alcolica: in nessun caso oltre i 13,5% vol.
Mercoledì 30 settembre, alle 21:00, al Magazzino Vino & Vino di Pistoia, una degustazione dedicata alla vastità del vino siciliano.
Feudo Montoni — Catarratto del Masso Sicilia DOC 2024
100% Catarratto. Vigna del Masso, Cammarata (AG), circa 700 m s.l.m., esposizione a levante, suoli sabbiosi; vigne di circa 55 anni allevate ad alberello. Vinificazione in bianco in riduzione di ossigeno, con macerazione pellicolare a freddo e fermentazione a temperatura controllata. Affinamento sur lies per 4 mesi. 13% vol.
Nota di degustazione
Sostanza e fragranza.
Non mancano i profumi: cedro, narciso e una vena vegetale fresca, quasi autunnale, che richiama l’umidità ombrosa di un sentiero di forra.
Non manca il sapore in questo Catarratto, che ha materia, giusto calore alcolico, una freschezza innervata e un’ammirevole precisione.
Feudo Montoni — Nero d’Avola Lagnusa 2022
100% Nero d’Avola. Vigna Lagnusa, Cammarata, circa 600 m s.l.m., esposizione a levante, terreni argilloso-sabbiosi; alberello e Guyot. Fermentazione e malolattica in cemento. Affinamento per 20 mesi in cemento, 4 mesi in botte e 4 mesi in bottiglia. 13,5% vol.
Nota di degustazione
Ottimo Nero d’Avola, saldo, sicuro, più ossuto rispetto a tanti suoi simili, con fragranze di scorza d’arancia, prugna, richiami di pomodoro secco e qualcosa di speziato e balsamico.
Il sorso si sviluppa intorno a un asse sapido/tannica e risulta deciso e lungo in fase retrolfattiva, ben definito.
Gulfi — Carjcanti 2021
100% Carricante. Vigna Campo, contrada Passo Guastella, Chiaramonte Gulfi, 420 m s.l.m., terreno calcareo-argilloso; conduzione biologica, vigneto non irrigato. Pressatura diretta dei grappoli interi, fermentazione in acciaio e botti da 500 e 2.500 litri; almeno un anno sui lieviti tra legno e acciaio, quindi alcuni mesi in bottiglia. 13% vol.
Nota di degustazione
Lascia il segno. Prima per il suo colore chiaro, poi per la ricchezza articolata del bouquet, con in primo piano evidenti richiami agrumati e di nespola e, a seguire, un bel carnevale di reminiscenze: orzo, fiore di cappero, mela selvatica e qualcosa di petroso.
Alla fine per la sua progressione in bocca, dove entra quasi flessuoso grazie alla sua fine matericità, per poi piazzare un allungo acido-sapido emozionante.
Gulfi — Nerojbleo 2022
100% Nero d’Avola. Uve provenienti da vigne di Chiaramonte Gulfi e Ragoleti, allevate ad alberello portato su spalliera. Vendemmia a fine settembre, vinificazione in rosso con macerazione prolungata sulle bucce; maturazione per almeno 12 mesi in barrique e tonneaux di rovere francese da 225 e 500 litri, quindi almeno un anno in bottiglia. 13,5% vol.
Nota di degustazione
Un classico di Gulfi. Nero d’Avola sempre maturo al giusto punto e dal bel colore rubino scuro.
Non mancano elementi di netta riconoscibilità olfattiva di un Nero d’Avola non evoluto, ma portato a una maturità piena e consapevole: frutto scuro maturo, spezia, una vena balsamica e mediterranea, ma anche oliva al forno, senza derive surmature. Elementi che me lo rendono apprezzabile anche oltre il dato strettamente gustativo.
Sorso davvero ricco, stratificato eppure fluente, con tannini di grana fine.
Carmelo Cappello — Julie 2024
Microvinificazione a base di Grillo e Viognier, in percentuali variabili. Fermentazione con lieviti indigeni; affinamento in piccoli fusti di rovere francese, senza filtrazione. Produzione nell’ordine delle 300 bottiglie. Per il 2024 il produttore indica un élevage più importante rispetto alle annate precedenti. Circa 13% vol.
Nota di degustazione
Julie 2024
Lo abbiamo degustato a fine serata, all’uso francese. Un bianco volutamente intenso e di spessore, nel quale, a mio avviso, si perde in parte la leggibilità dell’origine e ci si sposta verso un registro sensoriale più elaborato.
Zafferano, sandalo e pesca al naso; al palato molto volume e una materia importante. Il passaggio in legno è evidente e tende a prendere il sopravvento, lasciando in secondo piano tanto il profilo varietale quanto la riconoscibilità territoriale.
Emily 2022
Per me interlocutorio. L’idea di portare il Frappato verso un registro più ambizioso e strutturato è interessante, ma in questo caso il risultato mi è parso meno convincente dell’intenzione.
Il vino mostra una certa imprecisione espressiva, una marcatura decisa del legno e una riconoscibilità varietale ridotta. Resta però un giudizio personale: non è mancato chi ha apprezzato proprio questa sua “asimmetria”, leggendo nella distanza dallo stile consueto del Frappato il tratto che lo rende singolare.
Carmelo Cappello — Emily 2022
Frappato. È la lettura di Cappello destinata a un affinamento insolitamente lungo rispetto agli stilemi più immediati del vitigno. Le annate precedenti documentate mostrano lunghi élevage in rovere francese seguiti da prolungato affinamento in bottiglia; non disponendo di una scheda tecnica analitica specifica per la 2022, evitiamo di attribuirle tempi precisi non verificati.
Nota di degustazione
Emily 2022
Per me interlocutorio. L’idea di portare il Frappato verso un registro più ambizioso e strutturato è interessante, ma in questo caso il risultato mi è parso meno convincente dell’intenzione.
Il vino mostra una certa imprecisione espressiva, una marcatura decisa del legno e una riconoscibilità varietale ridotta. Resta però un giudizio personale: non è mancato chi ha apprezzato proprio questa sua “asimmetria”, leggendo nella distanza dallo stile consueto del Frappato una sua unicità.
Arianna Occhipinti — SP68 Bianco 2025
Moscato d’Alessandria 60%, Albanello 40%. Vittoria, circa 280 m s.l.m., sabbie subappenniniche di natura calcarea; agricoltura biodinamica e certificazione biologica. Fermentazione con lieviti indigeni e 15 giorni di macerazione sulle bucce; 6 mesi in cemento e 1 mese in bottiglia, senza filtrazione. 10,5% vol.
Nota di degustazione
Secco, diafano, con un tenore alcolico insolitamente contenuto e un vasto e inedito corredo aromatico, aromatico anche letteralmente, che mette insieme fiori di acacia, pesca bianca, piante aromatiche e un vago ricordo salmastro.
Un insieme che incuriosisce, cui però non corrisponde un eguale entusiasmo al momento dell’assaggio. Vino un poco scarno, dal gusto non prolungato, sebbene inneschi comunque pensieri sulla sua eventuale collocazione. Lo riproverei.
Arianna Occhipinti — SP68 Rosso 2025
Frappato 70%, Nero d’Avola 30%. Vittoria, circa 280 m s.l.m., sabbie subappenniniche calcaree; agricoltura biodinamica e biologica. Fermentazione con lieviti indigeni, 15 giorni di macerazione sulle bucce; 6 mesi in vasche di cemento e 1 mese in bottiglia, nessuna filtrazione. 12% vol.
Nota di degustazione
C’è voluto del tempo e c’è voluta della pazienza per attendere che il vino nel calice si liberasse di un deciso “puzzo” di cavolo e si riordinasse al punto da poter essere accostato al naso.
Alla fine ha trovato una sua forma e una sua identità. Rosso brillante, scarico, con ricordi di fragolina di bosco, arancia Navel, bitter e spezie piccanti.
Il sorso è lineare, con equilibrio spiccato e piacevolezza di beva; agile, con un finale tutto sul frutto fresco.
Sicily — Other Horizons
To tell the story of Sicilian wine in a single tasting evening, we would probably need to pour at least forty bottles and organize an elimination marathon that would violate every convention of responsible drinking and require, at the very least, a taxi service to take everyone home.
Sicily, after all, has an ancient and deeply rooted wine culture, a vast heritage of native grape varieties alongside an equally extensive production based on international grapes. An uncommon variety of territories and microclimates, changing altitudes and very different stylistic approaches. Sicily is practically a continent in its own right.
For this occasion, we left Etna out, because opportunities to drink wines from Etna have multiplied in the wake of the fascination generated by an abundant narrative that is not entirely free of grey areas.
Instead, we brought to the table three well-established producers, plus a garagiste attempting more ambitious and internationally inflected interpretations of Frappato and of a white blend based on Grillo and Viognier.
Overall quality was good: solid, well-shaped wines. Some may have been surprised by the alcohol levels, which in no case exceeded 13.5% abv.
On Wednesday, September 30, at 9:00 pm, at Magazzino Vino & Vino in Pistoia, we held a tasting devoted to the breadth of Sicilian wine.
Feudo Montoni — Catarratto del Masso Sicilia DOC 2024
100% Catarratto. Vigna del Masso, Cammarata (AG), around 700 metres above sea level, east-facing, sandy soils; approximately 55-year-old bush-trained vines. White vinification under reductive conditions, with cold skin maceration and temperature-controlled fermentation. Four months sur lie. 13% abv.
Tasting note
Substance and fragrance.
There is no shortage of aroma: citron, narcissus and a fresh, almost autumnal vegetal note, recalling the damp shade of a path running through a ravine.
Nor is there any shortage of flavour in this Catarratto, which has substance, well-judged alcoholic warmth, a taut freshness and admirable precision.
Feudo Montoni — Nero d’Avola Lagnusa 2022
100% Nero d’Avola. Vigna Lagnusa, Cammarata, around 600 metres above sea level, east-facing, clay-sandy soils; bush-trained and Guyot-trained vines. Fermentation and malolactic fermentation in cement. Aged for 20 months in cement, 4 months in large oak and 4 months in bottle. 13.5% abv.
Tasting note
An excellent Nero d’Avola: firm, assured, leaner and more angular than many of its peers, with notes of orange peel, plum, savoury umami-like nuances and something spicy and balsamic.
The palate develops around a savoury-tannic axis and comes across as decisive and long on the retro-olfactory finish, with very clear definition.
Gulfi — Carjcanti 2021
100% Carricante. Vigna Campo, Passo Guastella district, Chiaramonte Gulfi, 420 metres above sea level, limestone-clay soils; organically farmed, unirrigated vineyard. Whole-bunch direct pressing, fermentation in stainless steel and in 500- and 2,500-litre casks; at least one year on the lees between wood and steel, followed by several months in bottle. 13% abv.
Tasting note
It leaves an impression.
First for its pale colour, then for the layered richness of its bouquet, with clear citrus and medlar notes in the foreground, followed by a lively carnival of reminiscences: barley, caper flower, wild apple and something stony.
Finally, for its progression on the palate, entering almost sinuously thanks to its fine texture, before stretching out into an exciting acid-savoury finish.
Gulfi — Nerojbleo 2022
100% Nero d’Avola. Grapes from vineyards in Chiaramonte Gulfi and Ragoleti, bush-trained vines carried on trellis. Harvested at the end of September, red vinification with extended skin maceration; aged for at least 12 months in French oak barriques and 500-litre tonneaux, followed by at least one year in bottle. 13.5% abv.
Tasting note
A Gulfi classic. Nero d’Avola always picked at just the right level of ripeness, with a beautiful deep ruby colour.
There are clear, unmistakable aromatic traits of a Nero d’Avola that is not evolved, but deliberately brought to full and conscious ripeness: ripe dark fruit, spice, a balsamic and Mediterranean vein, together with baked olive, without tipping into overripeness. Elements that make me appreciate it beyond the strictly gustatory dimension.
The palate is genuinely rich and layered, yet still flowing, with fine-grained tannins.
Carmelo Cappello — Julie 2024
A micro-vinification based on Grillo and Viognier, in variable proportions. Fermented with indigenous yeasts; aged in small French oak barrels, unfiltered. Production is around 300 bottles. For the 2024 vintage, the producer indicates a more substantial élevage than in previous vintages. Around 13% abv.
Tasting note
We tasted it at the end of the evening, in the French manner. A deliberately intense, substantial white in which, to my mind, some of the wine’s origins become less legible and the sensory register shifts towards something more elaborated.
Saffron, sandalwood and peach on the nose; considerable volume and impact on the palate. The influence of oak is clear and tends to dominate, pushing both varietal character and territorial identity into the background.
Carmelo Cappello — Emily 2022
Frappato. Cappello’s interpretation is intended for an unusually long ageing period compared with the more immediate stylistic conventions usually associated with the grape. Previous documented vintages show extended élevage in French oak followed by prolonged bottle ageing; since no analytical technical sheet specific to the 2022 vintage is available, it is preferable not to assign precise ageing times that cannot be verified.
Tasting note
For me, inconclusive. The idea of taking Frappato towards a more ambitious and structured register is interesting, but in this case the result seemed less convincing than the intention.
The wine shows a certain expressive imprecision, a pronounced oak imprint and limited varietal recognisability. That is my view, though some tasters appreciated precisely this expressive “asymmetry”, seeing in its distance from the usual Frappato style the feature that makes it singular.
Arianna Occhipinti — SP68 Bianco 2025
Moscato d’Alessandria 60%, Albanello 40%. Vittoria, around 280 metres above sea level, sub-Apennine calcareous sands; biodynamic farming and certified organic viticulture. Fermented with indigenous yeasts and 15 days of skin maceration; 6 months in cement and 1 month in bottle, unfiltered. 10.5% abv.
Tasting note
Dry, pale and translucent, with an unusually low alcohol level and a broad, unusual aromatic profile — aromatic also in the literal sense — bringing together acacia blossom, white peach, aromatic herbs and a faint saline memory.
An intriguing combination, though the same enthusiasm does not fully carry over to the palate. The wine feels somewhat lean and not especially persistent in flavour, although it still provokes questions about where to place it stylistically. I would gladly try it again.
Arianna Occhipinti — SP68 Rosso 2025
Frappato 70%, Nero d’Avola 30%. Vittoria, around 280 metres above sea level, calcareous sub-Apennine sands; biodynamic and organic viticulture. Fermented with indigenous yeasts, 15 days of skin maceration; 6 months in cement vats and 1 month in bottle, unfiltered. 12% abv.
Tasting note
It took time and patience for the wine in the glass to shake off a clear “cabbage stink” and settle enough to be approached properly on the nose.
Eventually it found its shape and identity. Bright, pale red, with notes of wild strawberry, Navel orange, bitter nuances and pungent spices.
The palate is linear, with a marked sense of balance and easy drinkability; agile, with a finish entirely centred on fresh fruit.
I vigneti storici dell’azienda Albatreti sono posizionati sul versante sudoccidentale del territorio di Montalcino. Una piccola realtà a conduzione familiare, circa 8.000 bottiglie all’anno, la cui prima annata di Brunello risale al 2009. Non c’è voluto molto all’azienda di Gaetano Salvioni — e il cognome, in effetti, ha un suo perché — per affermarsi come una realtà qualitativamente rilevante nel panorama di Montalcino.
Nel 2023 Salvioni ha poi ceduto i vigneti e il podere alla confinante Il Palazzone, di proprietà dell’americano Peter Kern, mantenendo però il marchio Albatreti e dando inizio a una nuova fase dell’azienda con vigneti distribuiti in diverse zone della denominazione.
In questo caso si tratta di un 2016, annata prestigiosa e performante che, nei nostri assaggi, all’uscita e negli anni successivi, ha quasi sempre confermato le promesse.
Questo Brunello di Albatreti non sconfessa le premesse e giunge al suo appuntamento con il bicchiere, e con il bevitore, in forma splendida. Colore rubino piuttosto fitto; al naso un’onda ampia, quasi vertiginosa, di fragranze che spaziano dalla marasca alla nepitella — la mentuccia comune — transitando per il sottobosco, la lavanda, la foglia di tè e il tabacco, in un crescendo coinvolgente.
Dopo l’assaggio lo definirei un vino di confine. Confine stilistico, intendo. Non diafano e aereo come vorrebbe il gusto contemporaneo, che nella trasparenza estrema, nella sottrazione, nella verticalità e nella rarefazione del frutto individua il paradigma della finezza, e nemmeno smaccatamente concentrato e alcolico come predicato in un’epoca dominata dal gusto anglo-americano.
Il Brunello 2016 di Albatreti al palato è generoso, stratificato, polposo e, al contempo, acido e soprattutto tannico, nel senso più nobile del termine. Il tannino si apre a ventaglio e pare dinamizzare il sorso, accompagnandolo con continuità e allungandone il piacere. Vino di evidente qualità ed equilibrio che a mio avviso, in relazione a questa bottiglia, è da bersi adesso.
Albatreti’s historic vineyards are located on the south-western side of Montalcino. A small, family-run estate producing around 8,000 bottles a year, it released its first Brunello with the 2009 vintage. It did not take long for Gaetano Salvioni’s estate — and the surname, indeed, carries a certain resonance here — to establish itself as a significant quality producer within the Montalcino landscape.
In 2023, Salvioni sold the vineyards and the estate property to neighbouring Il Palazzone, owned by American entrepreneur Peter Kern, while retaining the Albatreti brand and beginning a new chapter with vineyards located in different areas of the appellation.
Here we are dealing with the 2016 vintage, a prestigious and highly successful year that, in our tastings, both upon release and in the years that followed, has almost always lived up to expectations.
This Albatreti Brunello does nothing to contradict those premises and arrives at its meeting with the glass — and with the drinker — in splendid form. The colour is a rather deep ruby. On the nose comes a broad, almost dizzying wave of aromas, ranging from sour cherry to wild mint, moving through undergrowth, lavender, tea leaf and tobacco in an increasingly engaging progression.
After tasting it, I would describe it as a wine on the border. A stylistic border, I mean. It is neither diaphanous nor airy in the manner favoured by contemporary taste, which increasingly finds its paradigm of finesse in extreme transparency, restraint, verticality and the rarefaction of fruit; nor is it overtly concentrated and alcoholic in the manner once advocated during an era dominated by Anglo-American taste.
On the palate, Albatreti’s 2016 Brunello is generous, layered and fleshy, while at the same time driven by acidity and, above all, tannin in the noblest sense of the word. The tannin opens out like a fan and seems to give the wine momentum, sustaining the flow of the palate and extending its pleasure.
Riesling e Malvasia assieme da Giassico – Cormons, trovo elementi non univoci sulla tecnica di vinificazione e comprimendo i vari dati reperiti si può riassumere con: un breve trattamento a freddo del grappolo intero (criomacerazione?), seguito da pressatura soffice, fermentazione in acciaio e affinamento sui lieviti con bâtonnage. Alla prova del bicchiere quanto elaborato trova plausibilità principalmente per la fragranza che è decisamente intensa, pur senza grande complessità, con reminiscenze di pesca bianca e crema di limoni con qualche nota leggera di spezie.
In bocca è lussureggiante, ricco, sembra poter mettere d’accordo vari macrogruppi di bevitori – chissà se volontariamente – gli amanti del bianco profumato come quelli del bianco di sostanza ma comunque con freschezza congrua.
Perché di questo si tratta. Un bianco di sostanza, che non difetta di acidità, pieno, strutturato, sapido quanto basta.
Riesling and Istrian Malvasia together, from Giassico in Cormons. The available information about the winemaking technique is not entirely consistent; piecing together the various details, the process can be summarised as a brief cold treatment of the whole bunch — perhaps comparable to cryomaceration — followed by gentle pressing, fermentation in stainless steel and ageing on the lees with bâtonnage.
The colour is an intense, saturated yellow, with no oxidative overtones. In the glass, this reconstruction seems plausible above all because of the aromatic intensity: the wine is distinctly fragrant, although not especially complex, with notes of white peach, lemon curd and a light touch of spice.
On the palate it is lush and rich; it seems capable of bringing together — whether deliberately or not — two broad families of wine drinkers: those who love perfumed whites and those who look for substance in a white wine, while retaining a well-proportioned freshness.
Because that is precisely what this is: a white wine of real substance, full and structured, with no shortage of acidity and just enough savoury character.
Ci sono grandissimi vini e ci sono grandissimi Grignolini. Le due cose non si escludono. Io però faccio parte di quella schiera di enomaniaci convinti che un vino vada valutato prima di tutto all’interno del proprio insieme originario: rispetto al vitigno che lo genera, al territorio da cui proviene, alla storia delle sue interpretazioni. Solo in un secondo momento ha senso collocarlo dentro un insieme più vasto.
Quello di cui si tratta qui è un grandissimo Grignolino, Grignolino d’Asti per la precisione, prodotto da una delle più piacevoli scoperte del 2025: Cascina Rey. È prodotto in sole 380 bottiglie.
Cascina Rey si trova a Valle del Re, a pochi chilometri dal centro di Asti, ed è nelle mani della stessa famiglia dal 1913. Oggi la conduce Monica Monticone, che ha preso le redini dell’azienda alla fine del 2016. Sei ettari complessivi, circa 12.000 bottiglie l’anno, vigne in parte storiche — alcuni impianti di Barbera, Grignolino e Cortese risalgono al 1970 — e terreni costituiti in larga parte dalle sabbie astiane plioceniche di origine marina. Una piccola realtà familiare che continua a lavorare soprattutto sui vitigni tradizionali dell’Astigiano.
La vinificazione è in rosso, in vasche d’acciaio, con una macerazione sulle bucce di circa dieci giorni a temperatura controllata. Dopo la malolattica spontanea, il vino affina per diciotto mesi in barrique di quarto passaggio: un legno quindi già ampiamente utilizzato, che sembra avere soprattutto una funzione di affinamento e di lenta evoluzione, di “contenitore” senza sovrapporsi al carattere del Grignolino.
È l’ultima bottiglia rimasta di quelle recuperate al Mercato FIVI 2025.
Com’è un grandissimo Grignolino?
Fragrante, prima di tutto. Brillante e chiaro. Fresco, tannico, tonico. Capace di sviluppare molto sapore senza ricorrere alla concentrazione. Riconoscibile al naso con piccoli frutti rossi, agrumi, floreale delicato, spezie, una vena amaricante che allunga il sorso. Energia, precisione e bevibilità.
E che mostri appieno le potenzialità del vitigno. Che indubbiamente sono molte.
In piena corrispondenza con l’identikit appena tracciato, il Grignolino di Cascina Rey mostra di avere tutte le carte in regola: fragrante e con un profilo profondamente riconoscibile: fragolina di bosco, agrumi, una sottile vena bitter, un floreale delicato e spezie appena accennate. Al palato è fresco, tannico, energico, con una materia senza peso, ma tonico e con intensità di gusto. Il tannino ha carattere, mai rustico però. Insieme all acidità diffusa dona al vino struttura restituendo un Grignolino saldo e dinamico, che va oltre l’immagine del rosso leggero e immediato in un’interpretazione che sembra voler ricordare quanto questo vitigno possa essere serio, profondamente territoriale e dotato di una evidente attitudine all’evoluzione.
Grignolino d’Asti DOC “Lasme Sté” 2022 di Cascina Rey
There are great wines, and there are great Grignolinos. The two things are not mutually exclusive. I belong, however, to that group of wine obsessives who believe that a wine should first be judged within its own original context: in relation to the grape variety it comes from, the territory it belongs to, and the history of its interpretations. Only afterwards does it make sense to place it within a broader framework.
What we are dealing with here is a truly great Grignolino — Grignolino d’Asti, to be precise — made by one of the most pleasant discoveries of 2025: Cascina Rey. Only 380 bottles were produced.
Cascina Rey is located in Valle del Re, just a few kilometres from the centre of Asti, and has been in the hands of the same family since 1913. Today it is run by Monica Monticone, who took over the estate at the end of 2016. Six hectares in total, around 12,000 bottles a year, with some old vineyards — certain plots of Barbera, Grignolino and Cortese date back to 1970 — and soils largely composed of Pliocene Asti sands of marine origin.
A small family estate that continues to work mainly with the traditional grape varieties of the Asti area.
This is the last bottle left from those I picked up at the 2025 Mercato FIVI.
How should a truly great Grignolino be?
Fragrant, first and foremost. Bright and clear. Fresh, tannic, taut. Capable of developing plenty of flavour without relying on concentration. Recognisable on the nose through small red berries, citrus fruit, delicate floral notes, spices, and a slightly bitter vein that lengthens the palate. Energy, precision and drinkability.
And it should fully reveal the potential of the grape variety. Which is undoubtedly considerable.
Perfectly matching the profile just outlined, Cascina Rey’s Grignolino has everything in place: fragrant and deeply recognisable, with wild strawberry, citrus fruit, a subtle bitter note, delicate floral aromas and lightly sketched spices.
On the palate it is fresh, tannic and energetic, with substance but no heaviness, taut and intensely flavourful. The tannin has character without ever becoming rustic. Together with the pervasive acidity, it gives the wine structure, producing a firm and dynamic Grignolino that goes well beyond the image of a light, immediate red.
It is an interpretation that seems intent on reminding us just how serious, deeply rooted in its territory and naturally suited to evolution this grape variety can be.
Emblema della Friulitudo del vino in rosso, nasce a Prepotto, patria dello Schioppettino e luogo simbolo del Friuli enoico.
Schioppettino e Refosco dal Peduncolo Rosso, con piccola prevalenza del primo. 13,5°.
Vinificazione tradizionale, fermentazione spontanea delle due varietà insieme con lieviti indigeni, affinamento in legno neutro e poi in vetro.
Vino scuro, riconoscibile, porta dentro una sua profonda identità che traspare di anno in anno nella ovvia diversità dovuta alle caratteristiche dell’annata.
Fragrante, intensi richiami di cassis e di pepe, ma anche chiodo di garofano e fiori di malvone.
Al palato è saldo, sapido e materico. Senso di grande equilibrio e prolungato sviluppo gustativo, con meno tensione acida e più morbidezza, figlia probabilmente dell’annata calda e siccitosa. Affiora anche una sottile vena dolce, più percettiva che propriamente gustativa, che non ricordavo nelle annate precedenti e che sembra inserirsi proprio in questa maggiore maturità del frutto.
An emblem of red-wine Friulitudo, it comes from Prepotto, the homeland of Schioppettino and one of the symbolic places of Friuli wine.
Schioppettino and Refosco dal Peduncolo Rosso, with a slight predominance of the former. 13.5% ABV.
Traditional vinification, with the two varieties fermented together spontaneously using indigenous yeasts, followed by ageing in neutral wood and then in bottle.
A dark, recognisable wine, carrying a deep identity that emerges year after year through the inevitable variations shaped by each vintage.
Fragrant, with intense notes of cassis and pepper, alongside clove and mallow flowers.
On the palate it is firm, savoury and substantial. There is a strong sense of balance and a long, developing finish, with less acidic tension and greater softness, probably a consequence of the hot, dry vintage. A subtle sweet vein also emerges, more perceptual than actually sweet on the palate, something I do not recall finding in previous vintages and which seems to belong precisely to this greater ripeness of fruit.
Per raccontare questo vino possiamo partire dalle tre parole che circoscrivono l’ambito d’indagine in modo piuttosto preciso:
2016, Cannubi e Brezza. Nell’ordine: un’annata largamente considerata tra le migliori delle Langhe recenti; uno dei cru più prestigiosi e conosciuti di Barolo, il cui nome compare già su una bottiglia datata 1752; una delle aziende storiche del territorio, interprete coerente di un’idea tradizionale di Barolo, e il cui Cannubi 2016 è stato considerato dalla critica tra le migliori espressioni dell’annata.
Nebbiolo vinificato in cemento, due anni in botti grandi e affinamento in bottiglia. L’attitudine è classicista.
Desta qualche perplessità all’apertura per una certa ritrosia a sviluppare fragranze, ma già a fine cena comincia ad aprirsi.
Dá il meglio a 24 ore dall’apertura quando sviluppa un ventaglio di fragranze decisamente ampio e rigoroso.
Si va dal lampone al rosmarino, dall’eucalipto all’agrume delicato, con un fondo di goudron — credo sia una delle poche volte che lo avverto così distintamente.
Il sorso è teso, slanciato, pieno di forza nervosa con acidità fluente e tannini nobili nella loro forza. Finale prolungato, arioso, tutto centrato sul frutto rosso.
Il fatto che dia il meglio a ventiquattro ore dall’apertura suggerisce soprattutto questo: siamo davanti a un Barolo ancora in piena traiettoria evolutiva, capace di distendersi senza perdere tensione e con parecchia aspettativa di vita davanti.
Vino ottimo che può essere accompagnato a questo punto della sua evoluzione con un carrè d’agnello al forno o con una faraona ai funghi porcini in tegame. No panna e/o pomodoro.
Barolo Cannubi 2016 – Brezza
To tell the story of this wine, we can start with three words that define the scope of the discussion quite precisely: 2016, Cannubi and Brezza.
In that order: a vintage widely regarded as one of the finest in the Langhe in recent decades; one of Barolo’s most prestigious and renowned crus, whose name already appeared on a bottle dated 1752; and one of the historic estates of the area, a consistent interpreter of a traditional idea of Barolo, whose 2016 Cannubi has been considered by critics among the finest expressions of the vintage.
Nebbiolo vinified in concrete, aged for two years in large oak casks and then further refined in bottle. Its attitude is decidedly classicist.
At first it raises a few doubts, showing a certain reluctance to develop its aromas, but by the end of dinner it already begins to open up.
It gives its best, however, twenty-four hours after opening, when it develops a broad and remarkably precise aromatic range. Raspberry, rosemary, eucalyptus and delicate citrus notes emerge over a background of goudron — I believe this is one of the very few times I have perceived it so distinctly.
The palate is taut and slender, charged with nervous energy, with flowing acidity and tannins that are noble in their strength. The finish is long and airy, entirely centred on red fruit.
The fact that it reaches its finest expression after twenty-four hours suggests above all that this is a Barolo still firmly on its evolutionary path, capable of unfolding without losing tension and with plenty of life ahead of it.
At the table, its combination of tension, fine tannins, balsamic notes and red fruit calls for dishes with depth but without excessive richness. A rack of lamb with herbs would work beautifully, but I would be particularly tempted by guinea fowl with mushrooms, slowly cooked in a pan: the succulence of the meat would meet the wine’s acidity and tannins, while the earthy character of the mushrooms would echo its more balsamic and goudron-like nuances without overwhelming the finesse of Cannubi.
Secondo la scheda aziendale dedicata al vino, è vinificato in acciaio e affinato nello stesso materiale per un anno.
Ogni volta che ne stappo una bottiglia ripenso agli anni Novanta, quando il Nero d’Avola andava di moda e trainava la rinascita del vino siciliano per poi andare a perdersi dentro versioni troppo dense e poco identitarie, nate probabilmente per assecondare il gusto dominante e la critica che lo premiava. Poi quella stessa critica si orientò verso suggestioni ritenute più «raffinate» e, non di rado, esangui, e il Nero d’Avola finì paradossalmente per perderne il favore.
Questo non ne decise comunque la sfortuna commerciale dal momento che nel 2020 e nel 2021 il Nero d’Avola DOC Sicilia sfiorò i 50 milioni di bottiglie certificate e nel 2022 ne superò ancora 43 milioni.
Nel frattempo, nelle interpretazioni migliori, il Nero d’Avola è tornato a farsi vino di territorio, restituendo il lavoro in vigna e la natura dei suoli. Qui siamo sul terreno calcareo di contrada Chinesi, ad Alessandria della Rocca, in provincia di Agrigento.
Ma andiamo a descriverlo:
Il colore è fitto e compatto. Al naso è fragrante, con ricordi di arancia amara, prugna, chiodo di garofano e resina di cipresso; il profilo resta prevalentemente fruttato, su tonalità mature.
Al palato il Chinens 2020 è saldo, ben delineato, senza fronzoli e ampiamente godibile. Non cerca effetti particolari né esibisce una complessità costruita: procede diritto, sostenuto da una materia integra, da un tannino ben assestato e da una freschezza viva. A convincere soprattutto è la dinamica gustativa, intensa e prolungata.
Vino che ricomprerei e consiglierei.
Chinens 2020 – Baronia della Pietra
A Nero d’Avola from Baronia della Pietra, an estate in the Agrigento hinterland that I came to know and appreciate at Vignaioli Contrari—and the wine in the glass bears this out.
According to the technical sheet dedicated to the wine, it is vinified in stainless steel and aged there for one year.
Whenever I open a bottle of Nero d’Avola, I think back to the 1990s, when the variety was fashionable and spearheaded the renaissance of Sicilian wine. Yet that success also encouraged the spread of overly dense interpretations with little sense of identity, often shaped to cater to the prevailing taste and the critics who rewarded it. When that same critical establishment turned towards styles deemed more “refined” and, not infrequently, anaemic, Nero d’Avola paradoxically fell out of favour.
This decline in critical esteem did not, however, bring about a corresponding commercial downturn: in 2020 and 2021, certified Sicilia DOC Nero d’Avola production still approached 50 million bottles, while in 2022 it remained above 43 million.
Meanwhile, the finest interpretations have brought back to the fore what the more homogenised versions had obscured: Nero d’Avola’s ability to become a wine of place, conveying both the work carried out in the vineyard and the nature of its soils. Here, the setting is Contrada Chinesi, in Alessandria della Rocca, in the province of Agrigento, with its limestone-rich soils.
The colour is deep and saturated. The nose is fragrant, with notes of bitter orange, plum, spice and cypress resin; ripe fruit remains the dominant register.
On the palate, Chinens 2020 is firm, well-defined, unfussy and thoroughly enjoyable. It does not reach for showy effects or parade a contrived complexity: it goes straight to the point, supported by a sound core, well-integrated tannins and lively freshness. Most compelling of all is its intense, sustained development across the palate.
6 vini per l’estate 2026 Soddisfazione senza spendere un capitale
Una piccola selezione di 6 vini assaggiati da L’Enonauta ad uso degli indecisi, dei curiosi, dei meno esperti, del navigatore occasionale del web alla ricerca di vini particolari da bere in estate.
Grignolino d’Asti DOC 2024 – Luigi Spertino
Vernaccia di San Gimignano DOCG “Tollena” 2023 – Azienda Agricola Tollena
Barbera d’Asti Superiore DOCG “Dame ’n Basin” 2022 – Cascina Rey
Toscana Bianco IGT “La Cerretina” 2023 – Pacina
Valpolicella Classico Superiore DOC “Casalvegri” 2022 – Ca’ La Bionda
Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore DOC 2023 – Andrea Felici
L’estate è già iniziata da un po’, ma questi consigli arrivano con il passo di chi, prima di indicare una bottiglia, preferisce berla. Restano comunque due mesi e mezzo: quasi una stagione intera, almeno secondo il calendario elastico dell’Enonauta.
Non è una raccolta di vini “beverini”. La categoria mi sembra ormai abusata e sostanzialmente inutilizzabile, perché finisce per comprendere anche prodotti discutibili.
Penso al vino estivo non come a qualcosa da trangugiare distrattamente durante un dj set sulla spiaggia. Penso a vini da bere a tavola, capaci di accompagnare la cucina della stagione: primi e secondi di pesce, verdure, carni bianche, preparazioni meno elaborate, ma anche piatti saporiti come il cacciucco o una grigliata consumata quando il caldo della giornata comincia a diminuire.
La facilità e la piacevolezza di beva d’altra parte, non dipendono soltanto dalla gradazione alcolica, dal colore o dalla temperatura di servizio. Possono appartenere anche a vini di buona struttura purché stappati nella giusta situazione. Allo stesso modo, un bianco macerato può risultare più adatto alla cucina estiva di certi bianchi color carta, metallici e irrigiditi da molta acidità e poco gusto.
I sei vini scelti non condividono quindi una tipologia o un peso specifico. Li uniscono la capacità di stare a tavola, un’identità riconoscibile e prezzi non sempre popolari in senso stretto, ma ancora lontani dalle cifre richieste per molte etichette prestigiose e, soprattutto, commisurati alla qualità espressa.
Grignolino d’Asti 2024 – Luigi Spertino
Questo Grignolino ha uno dei più bei colorini della storia dei colorini. Indimenticabile rosa cerasuolo con tendenza al ramato, brillantezza unica (senza esagerazioni).
Da Mombercelli, nell’Astigiano. Un rosso dal colore naturalmente chiaro (in questa selezione gli facciamo fare la parte di un rosato) e aromatico, sottile nella struttura ma dotato del tannino caratteristico del vitigno. Fresco, teso ed elegante, con richiami di piccoli frutti, agrumi, spezie e scorza d’arancia.
Trasversalmente potrà accompagnare salumi, verdure, paste ripiene, carni bianche e secondi non troppo elaborati. Servitelo fresco, ma non freddo.
Vernaccia di San Gimignano DOCG “Tollena” 2023 – Azienda Agricola Tollena
Ho incontrato personalmente Borgo Tollena durante le degustazioni di Vignaioli Contrari. “Scoperta” in senso privato, naturalmente: non rivendico primogeniture enoiche.
Vernaccia in purezza; le vigne aziendali si trovano su terreni prevalentemente argillosi, con presenza di scheletro. Breve macerazione a freddo, sosta sulle fecce.
Vellutata in ingresso, pungente poi. Un manuale della Vernaccia.
Colore giallo intenso, ricca di suggestioni olfattive come il narciso, la mela Opal e i limoni freschi; poi tenuemente speziata e vegetale. Il sorso è molto ricco e gustoso, sostenuto da un’acidità ben distribuita e da una componente sapida cospicua.
Un bianco da destinare all’accompagnamento di primi di pesce e alle carni bianche. Pollo al girarrosto e Vernaccia lo trovo da sempre uno degli abbinamenti più riusciti. Se non avete mai provato, provate!
Barbera d’Asti Superiore 2022 “Dame ’n Basin” – Cascina Rey
Lo scorso anno tornai dal Mercato dei Vini Fivi con un nome da aggiungere alla lista delle cantine preferite: Cascina Rey.
Questa che segnalo è una Barbera vera, fresca, vibrante, assolutamente non sfigurata dal passaggio in legno, che invece di farla diventare una credenza di mogano ne ha invece definito il sorso e la struttura. Il mio personale consiglio è di stapparla, e berla, durante una grigliata serale con salsiccia e rosticciana.
Barbera in purezza, con circa due settimane di macerazione e oltre un anno di affinamento in barrique di rovere francese.
Toscana Bianco IGT “La Cerretina” 2023 – Pacina
Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti, fermentati spontaneamente con permanenza sulle bucce e successivo affinamento in legni di diversa natura. È un bianco macerato ricco e salino, sostenuto da acidità viva e da una leggera presa tannica. Ha l’anima fragrante della Malvasia e la struttura del Trebbiano, riunite in un sorso di notevole intensità.
Non è il bianco da aperitivo indistinto, ma un vino da portare a tavola. Con il cacciucco, il pesce azzurro, le zuppe di pesce, la trabaccolara e le preparazioni speziate potrà regalarvi migliori emozioni di quel bianco che ordinate per abitudine da anni. E col Tonno del Chianti (di coniglio o maiale non fa differenza) coi fagioli cannellini? Fate una prova e poi mi direte…
Valpolicella Classico Superiore 2022 “Casalvegri” – Ca’ La Bionda
Nasce da Corvina per il 70%, Corvinone per il 20% e Rondinella e Molinara per il restante 10%. Le uve sono utilizzate fresche e provengono da vigneti collinari situati tra 150 e 300 metri, su terreni argillosi, limosi e calcarei. L’affinamento dura 18 mesi in botti di rovere da 3.000 litri.
Un Valpolicella Superiore senza compiacimenti di morbidezza o concentrazione. Tanto frutto rosso, ribes, spezie e rosa; freschezza, struttura articolata ma non pesante e, soprattutto, una precisione, una misura e una persistenza da prima fascia.
Può accompagnare un secondo di carne non troppo elaborato, il coniglio, la faraona o un piatto di pasta al ragù. Ma lo si può rischiare a mio avviso anche in contesti più “obliqui”.
Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2023 – Andrea Felici
Verdicchio in purezza proveniente da vigne di età diversa coltivate sulle alture di Apiro. La fermentazione avviene tra acciaio e cemento; una parte delle uve rimane per pochi giorni a contatto con le bucce. Il vino affina sui propri lieviti e non svolge la fermentazione malolattica, conservando così la naturale tensione acida del vitigno.
Verdicchio asciutto e consistente, caratterizzato da reminiscenze di agrumi, frutto chiaro, erbe secche in estate, sapidità e un finale lievemente ammandorlato. È il bianco estivo più classico della selezione, adatto a fritture, primi alle vongole, pesce alla griglia, verdure e carni bianche. In questo caso anche per un aperitivo.